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  • "Sono l'islamico Mohamed La maestra mi nega il presepe"

    La lettera immaginaria di un bambino musulmano esasperato dallo zelo multiculturale che nasconde Gesù Bambino e i Re Magi

     

    Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo. Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri. Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio.

    La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.
    Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti. Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone.

    Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

    Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo. A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

    Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo. Ho l’impressione che questa maestra - che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto - trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale.

    Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito. Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo».

    Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale

    di Marcello Veneziani

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  • L'agenzia europea del farmaco è finanziata dalle stesse ditte produttrici su cui dovrebbe vigilare

    E' l'agenzia del farmaco dell'Unione Europea, l'analogo continentale della Food and Drug Administration. Il suo acronimo, Emea (European Medicines Agency), al cittadino medio non dice granchè. Ma è in quella sede che viene decisa l'autorizzazione alla vendita dei nuovi prodotti farmacologici in commercio nei Paesi dell'Ue. Inclusi i controversi vaccini contro l'influenza 'suina'. Il requisito fondante per un ente dalla funzione tanto delicata, dovrebbe dunque consistere nella totale indipendenza, anzitutto finanziaria, rispetto agli interessi delle case farmaceutiche. Invece basta dare una scorsa al bilancio 2009, per scoprire come l'80% dei circa 200 milioni di euro del budget annuale dell'Emea, sia finanziato proprio dalle ditte produttrici. E come, per giunta, la dotazione finale cresca in proporzione ai princìpi attivi autorizzati. Insomma l'ennesimo scandalo di un controllore sovvenzionato dai controllati. Solo che stavolta, a farne le spese, rischia di essere la salute di 400 milioni di ignari utenti europei, 60 dei quali italiani. L'Emea si autodefinisce un "corpo decentrato dell'Unione". La sua missione ufficiale è "proteggere la salute pubblica attraverso la valutazione e la supervisione dei medicinali per uso umano". In pratica è l'agenzia deputata dalla Commissione Ue a vagliare le domande per l'immissione sul mercato di nuovi preparati farmaceutici, soppesandone l'efficacia ed eventuali danni collaterali. In particolare dei farmaci hightech contro Aids, cancro, diabete, malattie neurodegenrative, sindromi auto immuni ed epidemie virali. Oltre che di ogni prodotto che prometta un avanzamento terapeutico, scientifico o tecnico (ormai quasi tutti). Un volta ottenuto il via libera, entro 60 giorni il farmaco finisce così sugli scaffali degli stati membri, più Islanda e Norvegia. Sempre all'Emea spetta la farmacovigilanza dopo l'immissione in commercio, ossia il compito di monitorare segnalazioni di reazioni avverse, imponendo ove necessario un ritiro del prodotto. Tramite apposite pubblicazioni, l'Agenzia gioca infine un ruolo centrale nel fissare parametri e linee guida per le imprese del settore, impegnate a superarne i test autorizzativi. E funge anche da arbitro per futuri appelli o controversie. I fondi per fare tutto questo provengono però solo in minima parte (20%) dalle casse comunitarie. Oltre il 77% del totale deriva infatti dal pagamento diretto all'Emea, da parte delle aziende proponenti, di una parcella sotto forma di tassa per il servizio di valutazione e autorizzazione del prodotto. Nonchè dai successivi esborsi per il rinnovo della licenza e la post-vigilanza. Più prodotti autorizzati equivalgono dunque a un aumento delle risorse interne dell'Agenzia. Alla faccia del ruolo terzo e indipendente. Tradotto in soldoni, sui 188.6 milioni di euro di entrate del budget 2009, 138.9 sono frutto della voce "fees"(pagamenti, onorari), e soltanto 36.5 dello "European Community contribution". E la forbice negli anni si è parecchio allargata. Nel 2002 i fondi privati ammontavano al 63% contro un 33% pubblico. Ancora nel 2005 corrispondevano a 71 milioni di euro contro 33. Per la cronaca, nel bilancio complessivo della Food and Drug Administrazion americana (Fda) -che ha 9000 addetti contro i 530 Emea- la parcella versata dalle compagnie non supera il 10-15% del totale. Eppure tale quota, benchè marginale, è al centro di feroci polemiche dal momento dell'introduzione nel'92. Dal 2001 a oggi il budget Emea si è triplicato, l'organico è più che raddoppiato. Il preventivo delle entrate per il 2010 (211 milioni) già calcola 23 milioni di euro in più. Tuttavia anche quest'anno solo un terzo del bilancio (66.4 milioni) è stato destinato alla "valutazione dei prodotti medicinali". Mentre 64.3 milioni sono finiti in salari, missioni e servizi allo staff. E altri 44 li ha assorbiti la voce "edifici ed equipaggiamento": in primis il lussuoso compound del quartier generale londinese presso Canary Wharf, collegato all'aeroporto da una speciale monorotaia. Di valutare i farmaci per uso umano si occupa uno specifico comitato interno denominato Chmp (Committee for medicinal products for human use). Come anche della farmacovigilanza, e di "assistenza alle compagnie nella ricerca e sviluppo di nuove medicine". Un Management board è invece responsabile in materia di budget. I componenti dei due organismi vengono scelti su base discrezionale dai 27 stati nazionali o dalle istituzioni Ue, piuttosto che tra esperti in campo scientifico/farmaceutico o rappresentanti della società civile. Ma associazioni terze quali Health action international, Società dei bollettini d'informazione sui farmaci (Isdb), Forum europeo per la medicina o Medwatcher, giudicano fallimentare la politica dell'Emea in tema di trasparenza e prevenzione dei conflitti d'interesse. In particolare, lo sbandierato obbligo di dichiarare annualmente eventuali rapporti con 'Big Pharma', da parte dei membri dello Chmp e del Board, si basa su un'autodichiarazione. Senza controlli indipendenti o sanzioni. Una specie di parola d'onore, firmata su un semplice modulo. In cui proprio Emea suggerisce, "data la probabilità di alti livelli di contatto con l'industria", di "enfatizzare solo conflitti relativi a specifici prodotti o situazioni". Non stupisce che poi, come denunciato da Medwatcher, nei panel Emea abbiano potuto sedere esponenti di gruppi sponsorizzati dalle più note multinazionali, tipo Alzheimer Europe (finanziata da Glaxo, Novartis e Pfizer). Oppure, tra i consulenti, esperti legati a singole ditte (vedi la Roche nell'istruttoria sull'anticancro Erlotinib). D'altronde l'Emea già in partenza non fa riferimento al Direttorato Sanità e Consumatori dell'Unione, come sarebbe lecito attendersi, bensì a quello dell'Industria. Al contrario della Fda, che dipende dal Dipartimento Usa di Salute pubblica. Sempre a differenza della Fda, complice la deadline di 210 giorni per l'emissione di un verdetto, Emea non avrebbe la possibilità di condurre vere controanalisi. Limitandosi giocoforza a vagliare la documentazione e i trial clinici forniti dal proponente il farmaco. Il quale, per tutelarne il brevetto, ingiunge all'Agenzia di secretare i relativi dossier, mentre aldilà dell'Atlantico sono di pubblico dominio. Con un simile iter, non esattamente tranquillizzante, sono stati autorizzati qualche settimana fa anche i vaccini per l'influenza H1N1, sulla cui necessità le opinioni scientifiche divergono. Anzi, la procedura è stata velocizzata (mock up). Agevolando la commercializzazione in tempi record di decine di milioni di dosi di tre prodotti diversi da quelli autorizzati in America. Compreso il Pandemrix della Glaxo, contenente un adiuvante ancora sperimentale, lo squalene. Se vogliono, all'Emea sanno essere molto solleciti. Tranne quando si tratta di rispondere alle mail di un giornalista: nel qual caso (il nostro) l'iter non parte affatto.

    © 2009 – LALTROGIORNALE.COM

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  • Copenhagen: il non-accordo è stato raggiunto

    Lo storico accordo sul clima è stato raggiunto. Peccato solo che questo accordo di storico, concreto e determinante non abbia praticamente nulla. Nessun obiettivo vincolante, nessun tetto di emissioni per ciascun paese, nessun serio obiettivo per il futuro. Il documento stabilisce un limite a due gradi del riscaldamento globale rispetto all’era pre-industriale ma non indica le misure che il mondo deve adottare per rispettare questo impegno: gli impegni di riduzione sono solo volontari e su base nazionale, ed è tutto rinviato per quanto riguarda lo stabilire metodi di controllo e verifica di tali riduzioni e le scadenze precise per la sottoscrizione di un trattato internazionale.

    Le uniche cifre cui si fa riferimento sono quelle riguardanti gli aiuti finanziariai Paesi poveri: sono previsti aiuti per 30 miliardi di dollari entro il 2012.

    Al termine di una convulsa giornata, ieri sera una fonte della delegazione americana ha reso noto che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha trovato un'intesa con il premier cinese Wen Jabao, il primo ministro indiano Manmohan Sing e il leader sudafricano Jacob Zuma.

    Questa mattina – dopo ore di consultazioni seguite al "no" di alcuni Paesi in via di sviluppo che minacciavano di far saltare l'intesa raggiunta ieri sera – la Conferenza dell'Onu sul clima a Copenaghen ha «preso nota» dell'accordo concluso tra Usa, Cina, India e Sudafrica.

    La decisione comprenderà la lista dei Paesi che si sono detti a favore dell'intesa e quelli, invece, dichiaratisi contrari.

    Considerata l’opposizione al testo da parte di alcuni Paesi in via di sviluppo, i delegati hanno rinunciato alla procedura abituale di votare punto per punto il documento optando. La formula adottata, il “prendere nota”, evidenzia proprio il mancato raggiungimento di un accordo.

    Numerosi paesi di Africa, Oceania e America Latina si sono rifiutati di fermare l'accordo, definendolo “una vergogna”.


    Nessun obiettivo vincolante, nessun tetto di emissioni per ciascun paese, nessun serio obiettivo per il futuro

    Grandissima la delusione espressa dalle associazioni ambientaliste che commentano l’esito del summit con le parole “fiasco”, “catastrofe”, “fallimento totale”.

    “Questo è un non-accordo, cotto da un gruppo di Paesi in una stanza chiusa”, dice Kim Carstensen, segretario generale del Wwf International. “Un pezzo di carta scritto da un club esclusivo per i suoi interessi”, così il keniamo Mohammed Adow definisce il documento di tre pagine stilato nella capitale danese.“Io vengo dal Nord Est del Kenya, dove la gente soffre la fame e la sete, perché non piove più. I paesi ricchi non sono stati capaci di fare un accordo che desse sicurezza al mondo. Il risultato saranno milioni di morti. Saranno questi numeri a dare la misura del fallimento”, aggiunge Adow.

    “Se ci sarà un politico che avrà il coraggio di parlare di successo, vincerà la Palma d’Oro come bugiardo dell’anno”, commenta con sarcasmo il direttore generale di Greenpeace Francia, Pascal Husting. In effetti, vicino ad ottenere questo “riconoscimento”, sembra essere Barack Obama, il quale ha parlato di uno “storico accordo con Cina, India, Brasile e Sudafrica” e di una “svolta significativa e senza precedenti”.

    Come dar torto al presidente USA? Un fallimento del genere non si vedeva da tempo e sicuramente passerà alla storia. E di fallimento parla Nicolas Sarzoky:“La mancanza di numeri sui gas serra è un fallimento. Questo vertice ha dimostrato il limiti del sistema Onu, pari a quelli di una bolla di sapone”. Il presidente francese ha inoltre dichiarato che "cifre precise" di riduzione delle emissioni di Co2 per il 2015-2020 saranno fornite per iscritto dai Paesi che hanno firmato l’accordo.

    Estremamente deluso il Brasile: “sono sconcertato”, dice l'ambasciatore Sergio Serra, “ci siamo messi d'accordo solo sul fatto di riunirci ancora”.

    Una nuova conferenza si terrà a Bonn entro sei mesi per preparare la prossima Conferenza sul clima in Messico alla fine del 2010. Dopo due settimane di discussioni, insomma, la più importante, ed attesa conferenza delle Nazioni Unite non è riuscita a dare al mondo nessuna risposta per fermare i cambiamenti climatici.

    Significative e parole del Direttore Esecutivo di Greenpeace International, Kumi Naidoo:

    “Ieri sera Copenhagen è stata la scena di un crimine. I responsabili sono stati i primi a fuggire verso l’aeroporto coperti di vergogna. I leader del mondo avevano tra le mani l’opportunità di una generazione che poteva cambiare il destino del Pianeta che sta correndo verso impatti climatici irreversibili. Ma alla fine hanno concluso un misero accordo con scappatoie talmente grandi da farci passare anche l’Air Force One”.

    di Alessandra Profilio

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  • Macché allarme clima, a Copenhagen si decide chi guiderà l’economia

    Dietro alla guerra di cifre e procedure da inserire nell’accordo globale sul cambiamento climatico a Copenaghen, si nasconde una battaglia che ha poco a che vedere con il clima, ma dal cui esito dipende chi comanderà l’economia mondiale del Ventunesimo secolo. Da un lato, la Cina si tiene le mani libere sulle emissioni e manovra i paesi dell'Africa, per svincolarsi da potenziali obblighi che minerebbero la sua crescita. Dall’altra gli Stati Uniti non intendono concedere a Pechino un irragionevole vantaggio competitivo. In mezzo, l’Europa paga già un prezzo costoso, nell’illusione di far sopravvivere la sua economia con il business della tecnologia pulita. Intanto, i paesi poveri si fregano le mani sognando centinaia di miliardi di aiuti, mentre Brasile, Russia e Congo vogliono capitalizzare i polmoni del pianeta che sono le loro foreste.

    Ma, alla fine, è tra Cina e America che si gioca la partita economica di Copenhagen, come dimostra lo stallo di queste ore. Pechino dice “no” alla richiesta di Washington di monitoraggio internazionale delle emissioni cinesi. “E’ una questione di principio”, ha detto il negoziatore He Yafei. Eppure il monitoraggio è una delle condizioni del Congresso per dare il via libera a un nuovo trattato: l’America non accetterà un accordo che non protegga l’industria americana da concorrenti stranieri non obbligati a rispettare norme globali sulle emissioni, hanno avvertito dieci senatori democratici. Così, per i due più grandi inquinatori al mondo, il dopo-Kyoto potrebbe essere vuoto come il Protocollo di Kyoto. L’ultima bozza di accordo messa sul tavolo ieri dalla Danimarca non contiene alcun obiettivo in cifre: nulla sulla riduzione delle emissioni, né sui finanziamenti ai paesi in via di sviluppo.

    Oltre ai miliardi di dollari, in ballo ci sono punti di pil. I cinesi “sono i migliori negoziatori al mondo”, dice al New York Times Barbara Finamore, direttrice del Natural Resources Defense Council. Pechino, con la sua offerta di ridurre l'aumento del CO2 del 40-45 per cento per unità produttiva entro il 2020, si garantisce un ampio margine per far crescere la sua economia senza il problema emissioni. Nel frattempo, manovra l’Africa: la minaccia africana di abbandonare Copenhagen se non verrà preservato il Protocollo di Kyoto serve a sancire il principio che i paesi in via di sviluppo – Cina inclusa – non siano vincolati sul clima e siano risarciti finanziariamente per i danni passati delle nazioni industrializzate. Washington però, lavora a una norma per imporre tariffe contro chi non ha gli stessi standard ambientali americani.

    di David Carretta

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  • Non basta Obama a salvare il summit, cancellati gli ultimatum di Kyoto

    L’arrivo di Barack Obama al vertice sul clima di Copenaghen ha portato soltanto un’ultima bozza. I numeri, si trattasse di impegni vincolanti, sarebbero epocali: taglio del 50 per cento delle emissioni globali di CO2 entro il 2050, soglia che sale all’80 per cento (rispetto ai livelli del 1990) per i paesi più ricchi. E poi una revisione degli impegni, nel 2016, per limitare l’aumento delle temperature a un grado centigrado e mezzo. La mediazione del presidente americano, arrivato quando tutto sembrava naufragare (con i cinesi a capo degli scettici), salva almeno le apparenze: il summit si può chiudere con un documento che annunci un rafforzamento delle politiche a favore dell’ambiente. Tutto qui, perché un trattato per regolamentare le emissioni dopo il 2012 non c’è e non ci sono nemmeno tempi certi per averne uno.

    Un limite, a dire il vero, c’era ed era quello del 2010, fissato – correva l’anno 1997 – al termine della conferenza di Kyoto. Dopo Copenaghen, non c’è più nemmeno quello: è stato espunto dall’ultima bozza, ribattezzata Piano B, per poter dire che un’intesa c’è stata. A dispetto degli obiettivi ambiziosi, il vertice danese voluto dall’Onu si chiude con un rinvio a una nuova sessione negoziale, il prossimo giugno a Bonn. Alcuni impegni sono fissati, ma resta da capire come renderli vincolanti. Non è un caso che il premier indiano, Manmohan Singh, ieri parlasse di “negoziati da portare avanti ancora per tutto il 2010” e che l’idea di Obama – ricalcare la struttura del Fondo monetario internazionale per costruire il meccanismo di controllo e verifica degli obiettivi sulle emissioni – sia stata bocciato dal Brasile. “Il Fondo monetario è tutto quello che non vorremmo avere mai più”, ha chiosato il ministro dell’Ambiente di Brasilia, Carlos Minc. Che sulle parole del leader statunitense ha aggiunto: “Il discorso di Obama è stata una delusione”.

    Il punto è proprio la delusione obamiana. Perché il vertice – tra sandwich al pollo o all’hummus, negoziati estenuanti e discorsi alati al Bella Centre – si è trascinato sin dall’inizio nella speranza messianica di una soluzione americana. Barack che arriva, parla e convince tutti. Ma già alla vigilia del suo arrivo, i cinesi avevano lasciato intendere che, questa volta, di spazio per un accordo vero non ce ne sarebbe stato. Gli incontri con il premier Wen Jiabao, nel pomeriggio e in serata, sono serviti (come confermato dalle parti attraverso i portavoce) a fare qualche “passo in avanti”, ma un’intesa organica sui tagli, sulla loro ripartizione e persino sulla loro utilità è sembrata quasi sempre lontanissima.

    Persino il ministro per l’Energia e il cambiamento climatico britannico, Ed Miliband, preferiva ragguagliare i suoi fedelissimi su Twitter dicendo che il vertice era ormai “alla rottura”. In realtà, nelle stesse ore la delegazione danese ospitante ha chiesto ai leader dei principali paesi e ai loro collaboratori di trattenersi per la notte a Copenaghen con l’obiettivo di mettere una firma in calce a un qualche documento. A giudicare dal commento del portavoce di Greenpeace, Joss Garman, non un documento epocale: “L’ultima bozza di accordo – ha dichiarato ai cronisti – è così debole da essere quasi priva di senso. E’ qualcosa di più simile al comunicato finale di un G8 che al testo giuridicamente vincolante di cui ci sarebbe bisogno. Nel testo non si indica né una tempistica di entrata in vigore, né un target preciso in relazione alle temperature. E’ difficile credere che i nostri leader possano presentarsi davanti al mondo intero con un documento simile”.

    Che non ci si dovesse aspettare molto di più lo si poteva capire proprio dalle scuse addotte dall’Amministrazione Obama per ridurre l’impegno statunitense a ridurre le emissioni inquinanti. Dal 20 al 17 per cento entro il 2020, perché alla Camera dei rappresentanti i democratici degli stati che hanno miniere di carbone hanno insistito sulle conseguenze economiche dei tagli mentre il paese tenta di uscire dalla crisi. Prima ancora di arrivare a Copenaghen, lo staff di Obama ha lasciato intendere che non sarebbe stato possibile, almeno nell’immediato, promettere tagli ulteriori: “Ci vorrebbe l’approvazione del Senato”, hanno spiegato. Una motivazione liquidata dal solito Minc con una battuta: “E’ come se gli Stati Uniti fossero l’unico paese con un Congresso, tutti quanti ne abbiamo uno”. La differenza, tra Washington e gli altri, sta tutta nella voglia americana di avere salda – dopo quella della crisi – anche la leadership della ripresa: per questo Obama, a Copenaghen, ha fatto sapere di apprezzare anche il raggiungimento di un “accordo imperfetto”. Senza poter dire, per non sembrare incoerente, che quello perfetto sarebbe una vera iattura.

    © 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO

    di Alan Patarga

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